
“La migliore fotocamera è il cervello!”. Ma basta un buon cervello fotografico?
Elucubrazioni, luoghi comuni e strani concetti, tra fotografia, fotografo e attrezzatura fotografica
di Cesare Re
Nei miei corsi e workshop di fotografia non consiglio quasi mai di acquistare nuova attrezzatura, ma semplicemente di imparare ad utilizzare bene la propria fotocamera. Questo, per lo meno, all’inizio della propria attività fotografica. Quando ha senso munirsi di una nuova fotocamera e di nuove ottiche? Semplice: quando l’utilizzo di nuovi strumenti contribuisce a migliorare il proprio modo di fotografare o consente di affrontare ed esplorare altri generi fotografici.

Se si intende cimentarsi nella fotografia di animali o nella macro fotografia, per esempio, saranno necessari, rispettivamente, un teleobiettivo e un obiettivo macro. Ovvio! Se non si è in grado di controllare la profondità di campo, a distanza ravvicinata, o di comprendere l’impostazione del tempo di sicurezza di un teleobiettivo, questi eventuali acquisti saranno totalmente inutili. Se l’idea è di sviluppare un progetto di reportage, invece, potrebbe essere sufficiente l’utilizzo di una fotocamera e di un semplice ed “economico” 35 mm, oppure addirittura di un solo smartphone, purchè dotato di una fotocamera decente. Ma anche in questo caso, se dovete stampare le immagini in grande formato…

La tua fotocamera fa delle belle foto!
Sicuramente l’asintoto :” la tua fotocamera fa delle belle foto” non è solo una delle cose peggiori da dire ad un fotografo, ma è anche un concetto assolutamente errato e senza senso:” la mia fotocamera non è mai andata in giro da sola a fotografare”, diceva John Shaw, celebre fotografo naturalista americano. Una fotocamera di qualità necessita di un fotografo di qualità, in grado di saperla sfruttare, di controllarla e di utilizzarla al massimo delle sue possibilità, secondo il genere fotografico e secondo quello che si intende comunicare, visto che la fotografia è un linguaggio, a prescindere dagli strumenti di cui ci si serve.

Nel mondo della fotografia contemporanea, circola un mantra quasi dogmatico: “L’attrezzatura non conta, conta solo il fotografo”. Si sente spesso dire che la migliore fotocamera sia il cervello o l’occhio di chi scatta. Questa affermazione contiene una verità fondamentale, ovvero che senza visione artistica e senza competenza tecnica anche la macchina fotografica più costosa produce scatti mediocri. E’ giunto, quindi, il momento di smitizzare l’idea che il mezzo sia irrilevante o poco importante. “Ad un pittore non si chiede che pennello ha usato”, questa è una delle mie preferite (per modo di dire), quasi come quella della penna: “se uno scrive con una Mont Blanc mica diventa Dante”, e potremmo andare avanti, con altri luoghi comuni e poco sensati. La realtà professionale è più sfumata: l’attrezzatura non è certo un sostituto del talento, ma è il mezzo per comunicare le proprie idee, un vero e proprio moltiplicatore di possibilità di quel talento e delle doti del fotografo. In molti settori, la scelta tecnica non è un vezzo estetico, ma una necessità funzionale. Provate a fotografare un’auto di formula 1, in piena corsa, con un banco ottico, oppure con una fotocamera con un auto focus lento e impreciso! Oppure scattate una foto, come quella sotto, senza obiettivo decentrabile. Si, in effetti, se leggete la didascalia, vedrete che la foto è stata scattata senza decentrabile…


Affermare che l’attrezzatura non conti è un lusso che spesso solo chi pratica generi fotografici “lenti” può permettersi. Se prendiamo in esame ambiti specifici, il limite tecnologico diventa un muro invalicabile:
Fotografia sportiva e naturalistica: qui, l’occhio del fotografo può prevedere l’azione, ma se l’autofocus non è in grado di inseguire un soggetto e di scattare a raffica o se non si dispone di un teleobiettivo di qualità, il “momento decisivo” rimarrà solo un ricordo nella mente dell’autore, mai in un file RAW. Oppure se si fotografa una regata, direttamente da una barca, servirà una fotocamera tropicalizzata, visto che la salsedine tende a corrodere qualsiasi cosa. Comunque sia, sarà indispensabile usufruire di una fotocamera robusta ed affidabile.
Fotografia in scarse condizioni di luce: in teatro, durante eventi serali o nella fotografia astronomica, la capacità di un sensore di gestire alti valori ISO senza produrre rumore digitale esagerato è ciò che differenzia un incarico professionale da un fallimento tecnico.
Fotografia macro: difficile scattare senza obiettivo macro o tubi di prolunga o altri tipi di accessori, o strumenti per illuminazione artificiale.
Ansel Adams: non scattava le sue straordinarie immagini di paesaggio con un banco ottico per puro feticismo. La sua padronanza del Sistema Zonale richiedeva una gestione del negativo e delle prospettive che solo attrezzature di grande formato potevano garantire.
Vittorio Sella: il grandissimo fotografo di montagna Vittorio Sella scattava con molti tipi di fotocamere, all’avanguardia, per l’epoca. Addirittura aveva adattato una stanza intera come camera oscura, in modo da poter convogliare la luce naturale, per impressionare le sue immagini! Se non è questa ricerca di attrezzatura specifica!
Gabriele Basilico: anche in questo caso, l’idea di composizione e la purezza estetica dei suoi scatti di architettura e rappresentazione del territorio dipendevano soprattutto dalla sua formazione di architetto e dal suo background culturale, ma il fotografo non poteva fare a meno del banco ottico, suo strumento fotografico d’elezione, non solo per la correzione della prospettiva, della funzione di basculaggio e, soprattutto, di decentramento.
Man Ray: si proprio lui, spesso acquistava un certo tipo di fotocamera da utilizzare per un singolo progetto, per poi rivenderla e prendere una altro modello, per il suo successivo lavoro.
Henri Cartier-Bresson: non usava la Leica perché “l’attrezzatura non conta”. La usava perché era piccola, silenziosa e veloce: lo strumento perfetto per la sua filosofia del gesto invisibile. Una fotocamera diversa avrebbe tradito il suo metodo di lavoro. Spesso citiamo i grandi maestri per giustificare il minimalismo tecnico, dimenticando che loro stessi sceglievano i propri strumenti con estrema precisione chirurgica, in base al proprio obiettivo
Sebastiao Salgado: non è un caso che il celeberrimo fotografo brasiliano abbia usato, per buona parte della sua carriera, fotocamere Leica a pellicola, con il 35 e il 50 mm, quando si dedicava al reportage sociale. Nell’ultima parte del suo lavoro, per esempio in Genesi, ha utilizzato attrezzatura diversa, tra cui un corredo medio formato analogico Pentax 645 e un corredo completo digitale di Canon, con molte ottiche, anche zoom, per praticità e dinamicità, richiesta per la fotografia di animali.

Il punto di incontro tra fotografo e attrezzatura
Esiste un punto di incontro dove l’occhio del fotografo (il cervello, la conoscenza, il background culturale, ecc) e l’attrezzatura fotografica si fondono e lavorano all’unisono? In teoria, dovrebbe esistere, nel momento in cui un fotografo si attrezza con gli strumenti adeguati per il proprio genere fotografico. Un fotografo sportivo con una entry-level può avere un’ottima composizione, ma non avrà mai la nitidezza necessaria per una copertina, per esempio, se il suo obiettivo non risolve i dettagli o se l’otturatore è troppo lento, per ottenere una foto non mossa di un soggetto in rapido movimento. L’attrezzatura, in definitiva, definisce il limite del possibile. Un fotografo deve conoscere i propri limiti per superarli, ma deve anche sapere quale tipo di attrezzatura deve utilizzare, secondo il soggetto da riprendere. Sostenere che l’attrezzatura sia tutto è un errore, così come pensare che non conti nulla. Il cervello progetta l’immagine, l’occhio la compone, ma è lo strumento a renderla reale. Un grande fotografo con un’attrezzatura inadeguata è un artista con le mani legate; un bravo fotografo, con la strumentazione giusta, diventa un buon comunicatore, in grado di raccontare storie, eventi e luoghi.