L’atto di fotografare non è solo tecnico e visivo, ma anche emotivo e percettivo

 

Monte Rosa. Fujifilm XT2; XC50-230mmF4.5-6.7 OIS; focale 200 mm; 1/400 sec; f/6,7; ISO 200

Ero lì, in quel momento, e mi sentivo in assoluta connessione con quello che stavo fotografando, con la luce, col silenzio.

di Cesare Re

Sì, in quel momento, mi sentivo in connessione con quello che stavo fotografando, nel senso che la passione e l’interesse per il soggetto sono elementi che possono fare la differenza nella riuscita di una fotografia migliore, rispetto a un’immagine scattata solo con mera tecnica. Per ottenere buone immagini, un fotografo deve sentirsi “simile” a quello che fotografa, deve sentirsi in connessione con quello che fotografa, deve sentirsi come se fosse quello che sta fotografando: “io divento il paesaggio e il paesaggio diventa me”. Sembra forse un po’ eccessivo, come ragionamento, ma la frase è di Franco Fontana, uno dei più grandi fotografi italiani. “A volte mi succede di trovare un paesaggio così irresistibile che dimentico tutto il resto. Lascio andare desideri, rancori, aspettative, la fretta. Lascio andare l’idea del passato e quella del futuro e rimango solo io, con la mia macchina e il paesaggio. Me ne lascio permeare: io divento il paesaggio e il paesaggio diventa me. Lo vivo. Permetto al paesaggio di riempire il mio vuoto, ne gioisco, e solo allora scatto. Mi piace dire che il paesaggio attraverso di me si fa l’autoritratto”. Questo ragionamento, sempre di Franco Fontana, racchiude una verità profonda della fotografia e anche del mio modo di scattare e di vivere la fotografia: l’atto di fotografare, per me, non è solo tecnico, ma è soprattutto emotivo e percettivo. La macchina fotografica è uno strumento, ma l’immagine nasce prima nello sguardo e nella sensibilità di chi osserva. Quando entro in sintonia con il soggetto, smetto di “prendere” una foto e inizio a vivere la scena. Mi sento veramente connesso con ciò che sto fotografando e abbasso le difese dell’ego e ascolto. Un albero, ad esempio, non corre, non si forza, non si muove per apparire migliore: semplicemente è così. Se il fotografo si sente albero, rallenta, ferma i propri piedi, come radici nel terreno, osserva la luce che scorre sulle foglie, deve sottostare al momento, al meteo. In quel momento lo scatto non è più l’azione meccanica di porre il dito sul pulsante, ma diventa una conseguenza naturale di quel momento specifico. La connessione con il soggetto permette di coglierne l’essenza. Non si fotografa più solo la forma, ma il carattere: la resistenza di un tronco, la fragilità di un ramo, la storia scritta nelle pieghe della corteccia. Allo stesso modo, quando si fotografa una persona, sentirsi “come lei” significa entrare in empatia, percepire il suo stato d’animo, rispettarne i silenzi, cercare di raccontare il suo carattere. È così che nascono ritratti autentici, non pose vuote. Questa attitudine vale per ogni genere fotografico. Nella fotografia di strada bisogna sentirsi parte del flusso umano; nel paesaggio occorre respirare lo spazio; nella macro bisogna imparare la pazienza del dettaglio. Ogni soggetto chiede al fotografo una trasformazione interiore, un adattamento dello sguardo e del ritmo. In definitiva, la fotografia diventa un esercizio di immedesimazione. Più il fotografo riesce a dissolvere la distanza tra sé e ciò che osserva, più l’immagine sarà efficace e rappresentativa. Non è solo la scelta di ricercare la perfezione tecnica, di seguire o rompere le regole, di fotografare qualcosa di stupefacente o di rendere interessante qualcosa di “normale” a rendere una fotografia memorabile, ma anche, appunto, la connessione con il soggetto e l’interesse per il soggetto. Personalmente non ho grande interesse per la fotografia di street, per esempio, mentre se mi trovo davanti ad uno scenario di luce straordinario, al cospetto del Monte Rosa o del Cimon della Pala vivo sensazioni bellissime e personali, oltre la fotografia stessa. Sono fermamente convinto che questa particolare “connessione” tra mente, occhio e soggetto sia determinante per ottenere la fotografia desiderata. Anche per questo motivo, nei miei workshop e nei miei corsi di fotografia, inizio sempre con la fatidica domanda:” cosa ti piace fotografare?” Sembra banale, ma è un incipit che è più di un inizio. Vi assicuro che conosco piuttosto bene la tecnica fotografica in generale o, per esempio, le “regole” del ritratto, tanto per fare un esempio di genere, ma se fotografo un paesaggio naturale, sicuramente, mi sento in totale ed assoluta connessione con il soggetto e la foto sarà nettamente “migliore”, rispetto ad un ritratto in low key, oppure ad un paesaggio urbano. Ognuno ha la sua connessione; io ho sicuramente quella con la natura. 

 

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