Raccontare un luogo con la fotografia non significa semplicemente documentarlo, ma interpretarlo, secondo le sue caratteristiche e la visione del fotografo.
di Cesare Re
Lo storytelling fotografico è un linguaggio, è la sublimazione del linguaggio fotografico. Il fotografo unisce unisce visione, intenzione narrativa e coerenza formale delle immagini stesse. E’ come se ogni immagine diventasse una parola, ogni sequenza di fotografie diventa un discorso, per raccontare il luogo. Con questo tipo di racconto si cerca di evidenziare identità, atmosfera e significato di questo luogo. In questo contesto, il fotografo assume il ruolo di autore: seleziona, ordina e costruisce una storia visiva che va oltre la mera rappresentazione. Parliamo di storytelling di un luogo e non di un reportage puro, anche se i generi fotografici spesso sconfinano gli uni negli altri. Non mi riferisco, in questo caso, a un racconto che comprenda le persone e le loro azioni, ma di immagini di paesaggio, ordinate, caratterizzate da un punto di vista estetico e formale.
La fotografia è un linguaggio visivo con una sua grammatica ben precisa: luce, colore, forma, composizione e tempo sono gli elementi che ne determinano il senso. Come ogni linguaggio, non è neutro. Ogni scelta , dall’inquadratura al momento dello scatto e della scelta e dell’ordine delle immagini, comunica qualcosa sul luogo e sul punto di vista di chi racconta.
Raccontare un luogo significa quindi tradurre la sua essenza in immagini, scegliendo cosa includere e cosa escludere. Non si tratta di mostrare tutto, ma di selezionare ciò che è narrativamente rilevante, ma sempre secondo la propria visione che cambia anche a seconda del luogo specifico da ritrarre.
Uno degli approcci più efficaci nello storytelling fotografico è l’uso dell’ordine cronologico. Questo criterio permette all0osservatore di seguire un percorso logico e temporale, simile a quello di un racconto scritto.
Nel racconto di un luogo, la cronologia può assumere diverse forme:
Temporale reale, ad esempio dall’alba alla notte, o dall’arrivo alla partenza.
Esperienziale, seguendo il punto di vista del visitatore che scopre progressivamente lo spazio.
Narrativa, iniziando con una visione d’insieme per poi entrare nei dettagli, fino a una conclusione simbolica.
A Cerchio: con un inizio e una fine molto simili, una sorta di “andata e ritorno”, come nel caso di queste immagino.
L’ordine delle immagini non è mai casuale: determina il ritmo del racconto, crea attese e connessioni emotive, guida lo sguardo e il pensiero di chi osserva.
Affinché una storia fotografica funzioni, le immagini devono essere coerenti tra loro. L’uniformità estetica non significa ripetizione, ma armonia. Alcuni criteri fondamentali includono:
Palette cromatica coerente, naturale o costruita in post-produzione, con dominanti o neutre, a colori o in monocromia, in formato panoramico, 4/3 o quadrato, ecc.
Gestione uniforme della luce, privilegiando condizioni simili o una progressione intenzionale, o immagini totalmente diverse se si segue un ordine orario preciso.
Stile compositivo riconoscibile, con scelte ricorrenti di inquadratura, prospettiva e distanza dal soggetto. A volte si può utilizzare sempre la stessa focale, in modo da restituire sempre lo stesso linguaggio visivo.
Trattamento omogeneo delle immagini, soprattutto in termini di contrasto, saturazione e nitidezza.
Questi elementi creano un trait d’union che lega le fotografie e rafforza la percezione di un racconto unitario, evitando l’effetto di una semplice raccolta di scatti isolati.
La tecnica fotografica nello storytelling non è un fine, ma uno strumento. Tuttavia, alcune regole sono particolarmente funzionali al racconto:
Profondità di campo controllata, per guidare l’attenzione sui soggetti narrativamente importanti.
Esposizione coerente, evitando salti visivi che interrompono la fluidità del racconto.
Uso consapevole del mosso o della staticità, per comunicare dinamismo o quiete, scattando una sequenza di foto tutte mosse, ecc.
Scelta della focale, che influisce sulla percezione dello spazio e sulla relazione tra elementi, come indicato anche sopra.
Ogni luogo possiede caratteristiche uniche che ne definiscono l’identità. Uno storytelling efficace nasce dall’osservazione profonda di questi aspetti:
La relazione tra spazio e persone, se presenti. In questo esempio non ci sono.
La stratificazione storica, visibile nei dettagli e nei contrasti.
Il ritmo della vita locale, lento o frenetico.
Gli elementi simbolici, naturali o architettonici, che rappresentano il luogo.
Il fotografo deve scegliere un punto di vista narrativo: raccontare il luogo attraverso la sua quotidianità, la sua memoria, la sua trasformazione o il suo silenzio. Questa scelta guida tutte le decisioni successive e rende il racconto autentico e riconoscibile. Lo storytelling fotografico applicato ai luoghi è un esercizio di sintesi tra visione artistica, rigore narrativo e coerenza visiva. Raccontare un luogo significa comprenderlo, viverlo e infine reinterpretarlo attraverso immagini che dialogano tra loro. Quando ogni fotografia trova il suo posto in una struttura narrativa solida, il luogo non viene solo mostrato: viene raccontato, ricordato e, soprattutto, sentito.
1) Ordine: il racconto segue l’ordine di inizio dell’escursione, ma la foto di apertura è quella che rappresenta il corso del fiume Ticino e gli alberi del bosco, quindi gli elementi più importanti del luogo, così come la foto finale che è molto simile e richiama l’apertura. L’apertura è, quindi, il titolo, con l’acqua e gli alberi
2) Il formato è quadrato, scelto già in fase di ripresa
3) La tonalità è un “viraggio seppia”, ottenuto in post produzione, ma già previsualizzato in ripresa
4) La luce è piuttosto uniforme, ovvero bassa e radente, quella di un mattino in pieno inverno
5) L’ottica è sempre la stessa, una focale di 27 mm su formato APSC: Fujifilm XF 27mm f/2.8 R WR.
APERTUTRA: è il titolo, le acque del Ticino e gli alberi

Si inizia con gli alberi
Si raggiunge un ramo del fiume
il ponte che attraversa il ramo
acque del ramo, sotto il ponte


alberi e rami

il ramo con tronchi, sopra e sotto, e i sassi sono l’anteprima dell’arrivo al fiume
sassi, o meglio il passaggio tra rami e sassi ai sassi singoli e, poi, a sassi e acqua
sassi e acqua

il corso del fiume, foto finale che richiama l’apertura
Appunto…non è uno storytelling, per lo meno non per come è inteso in questo articolo. Me ne occupo professionalmente, da anni, ed è un genere diverso. Pensate di dover rappresentare una valle dell’Arco Alpino. In questo caso, si può cercare uniformità nel racconto, ci sarà la foto di apertura, ma sarà quasi impossibile inquadrare una grande cima solo col teleobiettivo, come si è fatto per un gruppo di stambecchi; probabilmente si utilizzeranno sempre ottiche diverse, secondo il soggetto. Oppure, in un reportage sociale, sarà importante concentrarsi sulle persone e sulle loro azioni. Nel racconto di una corsa campestre, si fotograferanno alcuni atleti fermi e ben nitidi e, magari, in alcuni casi si utilizzerà la tecnica del panning, per rendere l’idea del movimento. Insomma…tutto è realtivo.